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Excerpt for Adesso vieni qui by , available in its entirety at Smashwords

ADESSO VIENI QUI

Laura Parker







Laura Parker Books

Prima edizione: settembre 2018

Tutti i diritti riservati

Smashwords Edition

CONTENTS

Prologo

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Inizia a leggere il primo capitolo di
IL RITMO DEL TUO CUORE

Prologo

Fossi stata una qualunque altra persona, sono convinta che gli eventi si sarebbero svolti in maniera diversa. La loro successione non avrebbe inciso sul resto della mia vita nel modo in cui invece ha inciso. Non mi sarei lasciata prendere da reazioni istintive e irragionevoli. Con il senno del poi, dopo aver raggiunto una certa maturità, mi rendo conto che non ho altre scuse se non l’imprevedibilità degli stessi eventi, l’incoscienza di fondo e quell’indole impulsiva con cui affrontavo all’epoca la vita. Avrei potuto negare a me stessa molte sofferenze se avessi permesso che il buon senso prevalesse sull’istinto. Se mi fossi posta il problema di quello che la gente avrebbe potuto pensare, se mi fossi minimamente preoccupata di dove mi avrebbero portato tutti quei giorni spesi nell’illusione di raggiungere una felicità che, nei rari momenti in cui ero lucida, mi appariva effimera e sempre più irraggiungibile.

Ma le storie d’amore intense, quelle vere, non sai mai dove ti porteranno. Non è forse questo il segreto? Il non conoscere la meta, limitandosi a percorrere una strada ignota, lastricata di ostacoli, a volte tanto stretta e contorta da non riuscire nemmeno a respirarci dentro?

Ascolto il tintinnio del ghiaccio nel bicchiere mentre lo rigiro tra le mani, misto al rumore delle onde del mare che mi arriva da lontano. Seduta sul mio vecchio dondolo di legno, sollevo lo sguardo al di là del portico, superando la vista degli scalini scuri consumati dalle termiti, arrivando al di là dell’erba alta del giardino. Ritrovo la sabbia gialla e fresca di questi giorni, arrivo fino alle onde che lambiscono gli scogli ammucchiati a qualche metro dalla riva per arginare la potenza del mare. Mi soffermo lì, nel mezzo di quel colore vivace, un azzurro carico e lucente, per tornare indietro nel tempo a un’estate di molti anni prima.

Capitava spesso che con i miei amici mi spingessi al di là di quegli scogli, solo per mettere alla prova la paura, la nostra resistenza, la voglia di sperimentarsi in una nuova avventura. Sorrido ricordando gli sguardi soddisfatti, fieri, di chi riusciva ad arrivare primo, riemergere dall’acqua e puntare il dito verso di noi che eravamo rimasti indietro. All’epoca non sospettavo che la mia vita avrebbe subito un cambio di rotta, neanche lo desideravo forse. Come si può desiderare quello che non si conosce?

Forse cominciò tutto il giorno in cui mi spinse dolcemente in direzione degli scogli. Avvertii sulla schiena un improvviso calore, una mano poggiata proprio all’altezza delle scapole. Ero distesa nell’acqua, galleggiavo tenendo gli occhi chiusi intenzionata a godermi quella sensazione di libertà che solo l’acqua del mare era in grado di regalarmi. Appena consapevole degli schiamazzi dei miei amici, pochi metri più in là, me ne stavo in silenzio ascoltando il rumore dei miei pensieri.

Poi arrivò quella mano sulla mia pelle. Grande, ferma. Aprii gli occhi di scatto, agitandomi appena un po’. I suoi occhi furono la prima cosa che vidi. La sua figura si stagliava contro il cielo azzurro, quasi adombrata dalla luce del sole alle sue spalle. Colsi un lampo di divertimento in quelle iridi chiare, mi agitai ancora ingoiando un po’ d’acqua che sembrava volesse all’improvviso risucchiarmi.

«Calmati» lo sentii dire, la sua mano ferma sulla schiena.

Cercai di rimettermi a galla, muovendo velocemente le gambe. Lo guardai con aria interrogativa.

«Mi dispiace averti spaventato» si scusò subito.

Sentivo il rumore del mio respiro affannoso mentre non smettevo di fissarlo.

Dovette intuire la mia confusione perché aggiunse: «Temevo che la corrente ti spingesse via». Poi sorrise. «I tuoi amici nemmeno si sono accorti che sei arrivata fin qui».

Mi voltai in direzione degli scogli e realizzai con stupore quanto mi fossi allontanata dal gruppo. Un’ondata di panico mi travolse, sbarrai gli occhi. Mi voltai di nuovo in direzione dello sconosciuto. «Grazie» dissi ancora boccheggiando. «Non so come avrei fatto se non ci fossi stato tu».

Mi guardò stringendo gli occhi, poi fece spallucce. «Figurati».

Lo vidi avviarsi verso la riva a grandi bracciate. Si fermò all’improvviso e sorridendo in modo canzonatorio mi disse: «Sta’ attenta».

Gli rivolsi un cenno di assenso. Non riuscii a evitare di provare dispiacere al pensiero che sarebbe scomparso dalla mia vita all’improvviso così come vi era apparso. Sospirai e lentamente tornai dai miei amici.

O forse cominciò il giorno dopo quando lo vidi passeggiare sulla spiaggia, la testa bassa e le spalle leggermente piegate in avanti. Sembrava avere l’espressione di chi, vinto dalle circostanze, si sta per arrendere. E, in un modo che non so spiegarmi, da quella assurda distanza compresi di dover tornare indietro, a riva. L’andatura con cui procedeva, lenta, lentissima, mi aveva messo addosso un’urgenza che non mi preoccupai di analizzare. Seguii solo l’istinto, quasi una parte di me sapesse di dover cogliere l’attimo proprio lì, proprio in quel preciso momento.

Salutai in gran fretta i miei amici, radunati vicini agli scogli. Mi lanciarono occhiate interrogative senza però farmi domande. A grandi bracciate percorsi al contrario quel tratto di mare che mi separava dalla riva. Boccheggiai, una volta arrivata, e sollevai lo sguardo per capire che fine avesse fatto quel ragazzo. Sentivo il cuore battere forte in petto, non tanto per lo sforzo fisico a cui avevo sottoposto il mio corpo, quanto per l’eventualità che fosse sparito nel nulla. Con entrambe le mani sugli occhi per proteggermi dal sole cocente di quella mattina, cercai con lo sguardo la sua figura tra decine di villeggianti incalliti che prendevano il sole, chiacchieravano animatamente, si concedevano una passeggiata con i piedi in ammollo sul bagnasciuga. Ansimando, lo individuai a circa una decina di metri dal punto in cui mi trovavo. Fu il modo particolare in cui si muoveva ad aiutarmi, avrei potuto riconoscerlo senza problemi. Mi asciugai il viso passandomi i palmi delle mani sulle guance, tirai indietro i capelli bagnati e mi diedi una veloce scrollata lasciando che gocce luccicanti di acqua atterrassero un po’ ovunque intorno a me. Non sapevo bene come avvicinarlo, come spiegare quell’urgenza che avvertivo, ma decisi che l’avrei scoperta una volta che lo avessi avuto di fronte. Desideravo parlargli, volevo guardarlo negli occhi, capire l’origine del suo evidente malessere, soprattutto dare una spiegazione a quell’irrefrenabile desiderio di intervenire che mi aveva investito senza scampo.

Quando lo raggiunsi, allungai piano una mano verso di lui. Quel contatto mi provocò un brivido inaspettato. Chiusi gli occhi, poi li riapri in fretta. «Scusa» dissi con un filo di voce.

Era di spalle, non poteva vedermi. Ma udì la mia voce. Si voltò piano lanciandomi uno sguardo carico di stupore. «Per cosa?» mi chiese subito accennando un sorriso.

Provai un grande imbarazzo a trovarmelo di fronte. Non sapevo bene cosa dire, sentivo l’agitazione aumentare a dismisura. «Io…» tentennai.

In tutta risposta, corrugò la fronte e in un gesto istintivo sollevò la mano scostandomi un ciuffo di capelli bagnati che mi era caduto sulla fronte. Sorrisi, visibilmente compiaciuta.

«Grazie» dissi guardandolo dritto negli occhi.

«A te» fece lui.

«Io sono Grace».

«Ciao, Grace» rispose senza aggiungere il suo nome, particolare che mi lasciò con l’amaro in bocca. «Avevi bisogno di qualcosa?» si informò a quel punto. E sorrise. Fu uno di quei sorrisi genuini, un po’ imbarazzati ma tremendamente seducenti.

Ormai da qualche estate mi rintanavo in quella piccola cittadina di Galveston in Texas. Arrivavo da Amarillo alla fine dell’anno scolastico con la mia pesante valigia in tessuto e mi sistemavo a casa della nonna Rosemary, un’arzilla vecchietta intenta più a giocare a bridge con le sue amiche vicine di casa che a preoccuparsi di star dietro a una nipote istintiva e passionale.

A Galveston, durante le tante estati passate lì, avevo conosciuto persone provenienti da tutto il mondo. Grazie alla mia innata capacità di catturare l’attenzione di chiunque con la mia verve e la sfrontatezza con cui affrontavo ogni giorno, avevo fatto amicizia con chiunque passasse sull’isola. Galveston era un crocevia di razze, una cittadina dinamica e affascinante, un piccolo paradiso sferzato dalle correnti degli implacabili uragani che ritmicamente si abbattevano sull’isola, disseminato di incantevoli edifici storici in stile vittoriano, ristoranti in cui si mangiava dell’ottimo pesce fresco e vecchie case in legno punteggiate in autunno da assi trasversali per proteggersi dalla potenza inesorabile del mare, abitazioni per lo più abbandonate al proprio destino. C’erano pochi abitanti che risiedevano sull’isola per tutto l’anno, in gran parte si trattava di famiglie che avevano prenotato una vacanza per qualche settimana per staccare dalla routine e concedersi giornate di relax, mare e sole. Conoscevo quasi tutti i residenti, recandomi lì ogni estate sin da bambina. Ma quel ragazzo, no. Non l’avevo mai visto prima.

Mi soffermai a osservare il suo viso, il mento appena pronunciato, gli occhi piccoli e stretti, la bocca ben delineata incurvata in un mezzo sorriso.

«Mi stai fissando» disse senza darmi l’impressione che questo potesse dargli fastidio. Tutt’altro. Sembrava quasi provare un sottile piacere ad essere al centro delle mie attenzioni.

«Non è vero!» protestai.

«Oh, sì» fece con un cenno di assenso, «lo stai facendo, eccome!»

Scoppiai a ridere più per un velato nervosismo che per divertimento. «Forse solo un po’» ammisi scrollando le spalle.

Questa volta fu lui a ridere.

«Non mi hai detto come ti chiami» gli ricordai a quel punto con una sfacciataggine che sorprese me per prima.

Ogni volta che avrei ripensato all’attimo prima che mi dicesse il suo nome, avrei sorriso, colta da un leggero senso di beatitudine. Un nome, un solo nome, poteva portare a galla tutta quella felicità?

«Io sono Matthew» disse. Di nuovo quel sorriso e quello sguardo diretto che mi fecero venir voglia di non lasciar andare mai più la mano che nel frattempo mi aveva teso e che stavo stringendo. Pelle su pelle.

Non sognavo quando quel giorno intravidi uno strano luccichio nei suoi occhi. Non sognavo mentre realizzavo che lì in quell’istante rimasto immutato nel tempo e nello spazio, tra tutti i luoghi possibili al mondo e le innumerevoli vite che avremmo potuto vivere o persone che avremmo potuto incontrare, Matthew stava stringendo proprio la mia mano. Che cosa mi stava succedendo?

«Ciao, Matthew». Mi piacque immensamente pronunciare il suo nome. Mi riempì la bocca, investendomi con un’ondata di calore inspiegabile, lasciandomi per un attimo stordita.

Avrei voluto aggiungere qualcosa, ma quei suoi occhi piantati nei miei, quella mano che pure lui si ostinava ancora a stringere, mi avrebbero fatto solamente balbettare. Evitai allora di parlare, continuando a fissarlo in silenzio.

«Va bene» esclamò. «Vuoi farmi compagnia? Stavo passeggiando» mi propose staccandosi infine da me.

Lo vissi come un piccolo tradimento, avrei voluto ancora la sua mano nella mia. Le sue parole, però, riuscirono ad attutire l’impatto della delusione. «Dove andavi?» mi informai.

Con un’alzata di spalle rispose: «Non ho una meta».

Senza aggiungere altro, ci incamminammo l’uno di fianco all’altra lungo il bagnasciuga. Sentivo la sabbia intrufolarsi tra le dita dei piedi, l’acqua arrivarmi fin sulle caviglie mentre l’aria accarezzava le nostre spalle riscaldate dal sole. C’erano file irregolari di ombrelloni colorati, un vivace chiacchiericcio a far da sottofondo misto al gracchiare di vecchi successi degli anni novanta provenienti dai lidi disseminati sulla spiaggia, immancabili colonne sonore di estati memorabili.

1

Mi ci volle un po’ per comprendere quali fossero i miei veri sentimenti, con quanta sottile astuzia e precisa determinazione quell’amore, che mi stavo negando e che consideravo folle, mi avesse occupato il cuore. Impiegai settimane, che lo volessi o meno, ad accettare il fatto che Matthew facesse ormai parte della mia vita, dei miei pensieri più nascosti, dei miei respiri quotidiani.

Passeggio lentamente in Seawall Boulevard, accanto a me solo i ricordi e una dolce nostalgia che non mi abbandona mai. Il vento freddo e salmastro che arriva dal mare sferza il mio viso, le onde arrivano a lambire una grande porzione di spiaggia e qualche goccia d’acqua mi ferisce come un ago. Rabbrividisco stringendomi nella giacca a vento che ho indossato in tutta fretta prima di uscire. Non so perché abbia deciso di fare questa passeggiata. O forse sì, lo so bene.

Un passo dopo l’altro, decisa, proseguo verso il punto in cui si trova la Great Storm Statue, tra la Quarantacinquesima e la Cinquantatreesima. Voglio raggiungerla, restare immobile ad ammirarla come mi accadeva spesso in passato. Installata nel 2000 in occasione del centenario della Grande Tempesta del 1900, che aveva causato seimila vittime oltre che ingenti danni all’isola di Galveston, è a mio avviso una delle opere più emblematiche della storia dell’intero Texas.

Mi asciugo il viso con il palmo della mano, intravedo la sagoma della statua. Mancano pochi metri, accelero il passo in modo appena percettibile fino a quando me la ritrovo di fronte.

Diventata con gli anni un’irrinunciabile attrazione turistica per chiunque arrivi sull’isola, la statua di bronzo mi osserva in tutta la sua fierezza. Fisso lo sguardo della donna che sembra trattenere in sé tutto il dolore della perdita, dell’insicurezza e della devastazione che un uragano comporta. Fisso il modo in cui stringe il suo bambino, in un disperato tentativo di proteggerlo dalla furia del mare, devastante, implacabile, una furia che potrebbe travolgerli. Sposto lo sguardo appena più su a guardare la silenziosa richiesta d’aiuto che l’uomo alle sue spalle lancia verso il cielo, stringendo a sé le persone più care, la donna che ama, suo figlio.

Mi commuovo, perché in quella posa disperata c’è tutta l’urgenza di un amore che non ha voglia di rinunciare a sé stesso, tutto il bisogno vitale di proteggere, di proteggersi.

Resto immobile, catturata dalla magia di quell’opera d’arte che è un inno alla vita, all’istinto di sopravvivenza. Il mare continua a infuriarsi, le onde adesso raggiungono quasi i miei piedi. Forse dovrei tornare indietro. Sarebbe di certo più prudente.


«Matthew, dunque» risposi quando ci incamminammo. Quel giorno il sole caldo accarezzava la nostra pelle, la sabbia solleticava le dita dei piedi e nulla faceva presagire quale sarebbe stato l’epilogo della nostra storia.

Non sapevo nemmeno che sarebbe esistita una nostra storia.

Era l’inizio di un viaggio, quel momento in cui ti lasci travolgere dall’adrenalina che scorre a fiumi nelle vene incurante di dove questo possa condurti.

Eppure, dopo qualche giorno da quella passeggiata, in cui ci scambiammo solo poche informazioni reciproche, un po’ per l’imbarazzo di due sconosciuti messi l’uno di fronte all’altro senza preavviso, un po’ per la strana consapevolezza che ci fosse molto più di questo tra noi, desideravo già che Matthew fosse più presente nella mia vita.


Due giorni dopo quella prima passeggiata, lo intravidi di nuovo sul bagnasciuga. Camminava scalzo, come la prima volta, indossava boxer da uomo blu con quell’aria innocente che lo caratterizzava. Non si rendeva conto di quanto potessero essere attraenti quei suoi addominali abbronzati, gli occhi stretti per ripararsi dal sole e quel sorrisetto appena accennato che gli faceva spuntare due irresistibili fossette sulle guance. Non ne era affatto consapevole. Io sì, invece.

Me ne stavo sdraiata su una piccola seggiola di plastica sul bagnasciuga sperando che il caso lo portasse da me come era già accaduto in precedenza. Le mani immerse nell’acqua che scorreva sotto di me, un cappello rosa da cowboy a ripararmi dal sole, gli occhi chiusi.

«Dovresti mettere un po’ di crema» gli sentii dire all’improvviso.

Sorrisi sollevando lo sguardo in direzione della voce. «Matthew, che sorpresa!» dissi anche se lo avevo visto arrivare.

Un sorriso comparve sulle sue labbra carnose. «Non mi aspettavi?» fu il suo commento.

«Avrei dovuto?»

«Ci speravo» ammise in modo franco.

«Hai sempre la fastidiosa abitudine di comparire all’improvviso?» lo punzecchiai ridacchiando.

«Mi riesce bene».

«Beh, che fai lì impalato?» gli domandai a quel punto. «Prendi una di quelle sdraio e vieni a sederti».

Obbedì senza obiettare, lusingato dal mio invito.

Lo vidi accomodarsi al mio fianco, compiaciuta. Non riuscivo a nascondere il piacere che provavo in sua compagnia. Mi dava la sensazione che fosse una di quelle persone a cui non mancava niente. Completa, sicura di sé anche se chiusa nel proprio mutismo a volte. Un silenzio, il suo, su cui mi interrogavo spesso.

Rimase zitto anche allora. Si limitò a osservare i piccoli gruppi di persone che in acqua camminavano, giocavano, chiacchieravano.

Fui io a continuare la conversazione. «Raccontami chi sei davvero, Matthew».

Si voltò nella mia direzione chiedendomi: «Davvero?»

Aggrottai la fronte avvertendo un certo imbarazzo. «Scusami, non intendevo dire che stai fingendo…» mi giustificai.

Scoppiò in una risata. «Certo che no. Lo so quello che intendevi.»

«Cioè?»

«Volevi solo dire che non mi sono ancora rivelato del tutto.»

Sorrisi. «Più o meno».

D’un tratto compresi che quel mio bisogno di riempire il silenzio tra noi, invece che essere solo una manifestazione di buonsenso, era da attribuirsi, senza equivoco alcuno, alla voglia che avevo di sedurlo. Osservandolo compresi che volevo svegliarmi e ritrovarmelo accanto, volevo che mi accarezzasse, mi spogliasse lentamente guardandomi negli occhi. Fu un pensiero talmente veloce che non feci in tempo ad afferrarlo, mi travolse però a tal punto da lasciarmi stordita.

Non sapeva come maneggiare tutto quell’interesse che gli riversavo addosso. Ecco la verità. O almeno questa fu la giustificazione che mi diedi quando il suo silenzio mi fece avvertire un profondo disagio.

«Hai mai pensato di andar via da Galveston, Grace?» mi domandò dopo un’attesa interminabile osservando in modo ostinato il mare di fronte a noi.

«Perché mai dovrei? Qui ho tutto quello che mi serve» risposi con convinzione.

«Mai avuto dubbi?»

«Mai».

«Ti invidio, sai?» ammise candidamente.

«Tu invidi me?» mi venne da chiedergli, piena di stupore.

«Già, invidio le persone come te che sanno esattamente quello che vogliono». Prese una manciata di sabbia da sotto la sdraio e la fece scivolare tra le mani.

«Tu, invece?»

«Io cosa?»

«In quale direzione sta andando la tua vita, tu?»

Scrollò le spalle. «In nessun posto per ora».

Eravamo due sconosciuti, me ne rendevo conto. Non sapevo nulla di lui eppure volevo sapere tutto.

«Di dove sei, Matthew? Non ti ho mai visto qui a Galveston prima.»

«Houston» rispose, lapidario.

Dovevo tirargli le parole di bocca. Se da un lato questo sembrava faticoso, dall’altra risultava assai stimolante.

«Che cosa fai a Houston?»

E se non avesse avuto voglia di condividere i dettagli della sua vita con me, una ragazza appena conosciuta?

«Al momento sto decidendo che cosa fare della mia vita».

Non mi rendeva le cose facili. Affatto.

«Tu? Sai già cosa farai nei prossimi anni?» si informò.

«Non esattamente. Voglio dire, ho una mezza idea…» spiegai, «…ma devo capire se ho i mezzi per realizzare il mio sogno.»

«Qual è il tuo sogno, Grace?» mi chiese con voce bassa voltandosi a guardarmi.

«Mi piacerebbe trasformare la villa della nonna in una piccola locanda, dove poter accogliere gli ospiti, coccolarli, consigliarli.»

Colsi nel suo sguardo un lampo di ammirazione. «Vedi? Tu ce l’hai un progetto!»

«Sì, credo di sì. Bisogna capire se è fattibile.»

«Lo sarà, mi sembri una ragazza determinata».

«Grazie» risposi, lusingata, scostandomi un ciuffo di capelli dal viso accaldato.

Tornammo a guardare il mare, lasciandoci cullare dal rumore del chiacchiericcio in sottofondo e da quello assai più assordante dei nostri pensieri.


Seppur attribuendo al caso i nostri incontri, non ci limitammo a subirlo passivamente. Sembravamo due forze che si attraggono inesorabilmente. Vagavamo sull’isola l’uno in cerca dell’altro in modo inconscio ma assai determinato. I nostri sguardi si incrociavano, si respingevano, si desideravano senza che arrivassimo al punto di ammetterlo a noi stessi. Era come se stessimo fuggendo da qualcosa. Di qualunque cosa si trattasse, però, ero sicura del fatto che prima o poi ci saremmo arresi, stremati dalla stessa resistenza che avevamo opposto a quella eventualità.

Matthew era piuttosto abitudinario, imparai presto. Frequentava la stessa spiaggia, faceva la spesa nel supermercato dove mi rifornivo io e spesso lo avevo pescato a prendere in prestito libri dalla biblioteca dove mi recavo da anni. Non amavo molto la tecnologia moderna, internet, gli ebook e i lettori digitali non esercitavano su di me l’attrattiva che invece avevano sui miei coetanei. Preferivo toccare con mano un libro, avere la possibilità di inspirare l’odore stantio della carta. Ero una della vecchia scuola, insomma.

Il giorno in cui scoprii che anche Matthew la pensava come me ne fui entusiasta. Ci lanciammo in discussioni interminabili, recensioni del tutto personali e improvvisate di libri che avevamo letto entrambi.

Un giorno me lo ritrovai all’improvviso nel bel mezzo della sala lettura della biblioteca di Galveston. «Ti ho beccato» esordii in vena di scherzare. Ero felice che fosse anche lui lì.

Scoppiò in una risata genuina che mi spiazzò non poco.

«Che c’è da ridere?» chiesi, allibita.

«Nulla» rispose ritrovando il controllo di sé dopo aver colto qualche sguardo di disapprovazione nella sala.

«Allora?» sussurrai prendendo posto accanto a lui ed evitando accuratamente di produrre ulteriori suoni che potessero arrecare fastidio.

«Sei adorabile quando hai quell’espressione».

Corrugai la fronte. «Quale espressione?»

«Quella di una bambina che ha appena ricevuto un regalo inaspettato».

Colta in fallo, mi limitai a scrollare le spalle.

«Mi piace troppo» continuò lui.

«Smettila» lo ammonii cercando di soffocare una risata.

«Perché dovrei?»

«Perché altrimenti ci cacciano?»

«Non lo farebbero mai, credimi».

«Tu dici?»

«Fidati. Vogliono solo dare l’impressione che queste nostre chiacchiere stiano dando loro fastidio. Ma la verità è che muoiono dalla voglia di sapere perché stiamo ridendo.»

Le sue parole mi fecero sorridere di nuovo. Appariva allegro, come non lo avevo mai visto fino ad allora.

«Vedo che sei di buonumore» gli feci notare.

Fece un veloce cenno di assenso.

«Posso sapere il motivo di tanta contentezza?»

Ma perché, perché, non potevo evitare di immischiarmi nei suoi affari? Sentivo il bisogno estremo, sconsiderato, di sapere tutto di lui. Non mi importava se le mie domande risultavano inopportune.

Un’immagine mi balenò nella testa: io e Matthew seduti sul dondolo del portico a casa della nonna. Non so perché accadde. Non saprei dare una spiegazione logica. Fu una di quelle epifanie che non ti avvisano quando arrivano, ti galvanizzano e poi scompaiono lasciandoti stordita.

«Credo di aver capito dove sta andando la mia vita» annunciò lui, fiero. Fece una pausa, poi mi guardò dritto negli occhi. «Ora so esattamente cosa voglio.»

Lo sguardo ambiguo che mi riservò pronunciando quella frase mi provocò un brivido lungo la schiena. Una parte di me sperò intensamente che nel suo progetto di vita, che doveva aver ideato dal nulla, ci fosse spazio anche per me.

«E, di grazia, si può sapere?» lo presi in giro per nascondere la mia trepidazione.

«Credo che tornerò a Houston e aprirò una piccola libreria» mi spiegò avvicinandosi un po’. Seduto sul piccolo divanetto in tessuto della sala lettura, aveva la schiena piegata in avanti, il viso rivolto verso di me. «Nulla di pretenzioso. Una piccola libreria che diventi un punto di riferimento per qualcuno.»

Mi sorprese pensare, mentre ero lì a guardarlo e la mia mente si rifiutava di soffermarsi sul fatto che no, il suo progetto di vita non comprendeva me anzi presto sarebbe andato via da Galveston, che dopotutto eravamo simili io e lui. Entrambi avevamo espresso il desiderio di creare un’attività che fosse in qualche modo capace di donare piacere, dove potersi ritagliare un posto tutto per sé, in cui potersi abbandonare assaporando le piccole gioie della vita che si trattasse di una vacanza o di un libro in cui immergersi.

Cercai di nascondere la mia delusione con un ennesimo sorriso che dovette però sembrare assai forzato. «Mi sembra un’ottima idea» risposi in fretta.

Mi guardò aggrottando la fronte, ma non disse nulla.

«Hai già pensato a come realizzarla?» mi venne da chiedergli.

Scrollò le spalle. «Non ancora,» ammise. «Mi piacerebbe che tu mi dessi una mano a svilupparla» propose.

Lo guardai, lusingata. «Io?»

«Sì, ti considero una persona piena di idee, intraprendente…»

«Ma non so se posso…» Riflettei ad alta voce. La mia titubanza era da attribuire al bisogno di stargli lontano il più possibile, solo a quello. Averlo vicino mi confondeva, mi faceva star male soprattutto considerando che presto sarebbe partito. Non volevo lasciarmi prendere troppo da lui, dalle sensazioni che la sua vicinanza mi provocava, mio malgrado.

«Sì, certo. Ho capito» tagliò corto lui. «Sei già abbastanza impegnata».

Avvertii una nota di delusione nella sua voce. Lo vidi alzarsi e capii che era sul punto di congedarsi da me. «Scusami, ma ho alcune commissioni da fare» disse in tono piatto. «Devo andare».

«Certo» feci io.

Ci congedammo freddamente. Dopo che lo vidi allontanarsi, restai per alcuni minuti a fissare un punto impreciso sul pavimento.

2

Continuavo a ritrovarmelo in ogni dove, mio malgrado. Benché fossi consapevole della sua imminente partenza, agosto stava per finire e si sarebbe portato via tutti i vacanzieri giunti sull’isola, c’era una parte di me che anelava in modo disperato a incrociare il suo sguardo tra decine di sguardi vacui e sconosciuti che incrociavo ogni giorno. Il mio malessere era diventato più che evidente anche a chi mi stava vicino, mi resi conto.


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