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Un uomo selvaggio


Copyright 2019 Natalia Stone

Published by Natalia Stone at Smashwords




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Table of Contents

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1

L’automobile emise un rumore simile a quello di un frullatore impazzito. Un fumo bianco si materializzò dietro al lunotto posteriore, mentre l’andatura si fece sobbalzante come se una divinità invisibile stesse sballottando la vettura avanti e indietro.

Sul cruscotto si accesero due preoccupanti spie rosse e, mentre il motore si spegneva, Lena strinse con forza il volante. “No, no!” gridò disperata, incitandolo affinché si riprendesse.


Era notte e la nebbia avvolgeva ogni cosa. Lena parcheggiò come poté, accostando sul ciglio della strada. C’era una quercia enorme, con le foglie che scintillavano per via dell’umidità.

Le spie rosse lampeggiavano ancora, però in quel momento Lena, presa dal panico e dalla disperazione, non riusciva a comprenderne il significato.

Nell’ultimo mese aveva trascorso troppe notti insonni a rigirarsi tra le lenzuola. Le era successo spesso di non riuscire più a trovare la forza di pensare. Solo quando si concentrava su Emma e Will, i suoi bambini, scopriva di avere ancora, nonostante tutto, una riserva di energia da dedicare a loro.


Davanti a lei, oltre il fascio di luce proiettato dai fari della sua automobile, la strada svaniva nell’oscurità, mentre alle sue spalle i grandi occhi impauriti della piccola Emma la guardavano dallo specchietto retrovisore.

Will sedeva immobile sul sedile anteriore di fianco a Lena, le gambe penzoloni.

Nessuno parlava. Poi, per un breve istante, Lena ebbe l’impressione di vedere una luce tra gli alberi, ma doveva essersi trattato soltanto della sua immaginazione, perché l’improvviso bagliore svanì immediatamente.

Aveva proseguito per più di un’ora in aperta campagna, senza incontrare nemmeno un’auto. Quando si era accorta di aver sbagliato strada, aveva cercato di ritornare indietro, ma i cartelli che indicavano la direzione per Sarasota sembravano anch’essi scomparsi nell’oscurità.

E così adesso si trovava in qualche luogo remoto della Rorida, senza un lavoro, senza una casa, sperduta e sola. E mancavano tre giorni a Natale.


Al pensiero di come tutto era andato storto negli ultimi tempi, Lena avvertì di nuovo una fitta dolorosa al petto. Costretta a lasciare l’appartamento di Chicago perché non era più in grado di pagare l’affitto, aveva sperato di potersi rifugiare temporaneamente in Florida, presso l’anziana nonna, in attesa di trovare un lavoro e sistemare i bambini a scuola.

Ma due settimane prima nonna Catherine era caduta e si era rotta il femore. Adesso si trovava in una casa di cura, convalescente.

Sforzandosi di mentire meglio che poteva per non allarmarla, Lena le aveva assicurato che tutto si era sistemato. Finse di aver trovato lavoro a Sarasota e ospitalità presso una sua vecchia amica, mentre dentro di sé cercava di decidere cosa le restava da fare.

Uscendo dalla casa di cura aveva concluso che la situazione non avrebbe potuto essere peggiore di come era. Ma si era sbagliata.

Provò di nuovo a girare la chiavetta dell’accensione e l’auto si mise miracolosamente in moto. Strizzando l’occhio a Will, Lena pregò mentalmente che resistesse.

Il motore continuò a funzionare per qualche centinaio di metri, ma poi si spense borbottando.

Lena tentò di respirare a fondo per respingere il senso di panico che si stava impadronendo di lei.

Be’, ragazzi” osservò voltandosi a guardare i bambini, “sembra proprio che ci siamo persi.” Nonostante lo sforzo per controllarla, la voce le tremò sull’ultima sillaba.


Will non mancò di notarlo. Aveva sette anni. Testa da ometto su spalle giovani, era solita dire di lui nonna Catherine. “Non è la prima volta che ci perdiamo, mamma” la consolò. “Ma solo per poco tempo, finché non riesci a capire dove siamo. E di solito ci riesci” concluse serio.

Oh, sì, prima o poi ce la faccio sempre, ma stavolta ho l’impressione che sarà più poi che prima” si sforzò di sorridere Lena.

Ma Will sollevò verso di lei il visino preoccupato e aggiunse: “L’auto però non ci aveva mai dato problemi”.

No. Non avevo mai avuto guai, è sempre stata un’automobile molto affidabile.”

Will aggrottò la fronte, ma non aprì bocca e si limitò a guardarla.

Il suo piccolo ometto. Lena avrebbe voluto stringerlo tra le braccia e scacciare dal suo volto quell’espressione preoccupata. Avrebbe voluto chiudere gli occhi e risvegliarsi nel mezzo di una vita normale per i suoi bambini e per sé.


Purtroppo, però, non possedeva né una bacchetta magica, né la lampada di Aladino. Accarezzando delicatamente i capelli del piccolo Will, Lena si chinò verso di lui. “Ehi, piccolo mio” mormorò, “non devi preoccuparti. Quello è un compito tassativamente riservato alle mamme. Tu sei il bambino e io la mamma. Sono io quella che deve preoccuparsi, okay? Vedrai, non è un grosso problema, sistemerò tutto.”

Mentre gli posava un bacio sulla guancia, Lena si chiese se stava cercando di convincere Will o se stessa.

Sai riparare il guasto?” le chiese il bambino.

Be’, no. Non esattamente. Non sono in grado di farlo.” Lena affondò la mano nella scatola dei biscotti e ne porse uno a Emma, ma la bambina lo rifiutò e continuò a succhiarsi il ditino.

L’altra manina stringeva la cintura di sicurezza e quando Lena cercò di introdurre l’indice nella stretta della piccola, questa vi si aggrappò con forza. “Però sono brava a risolvere i problemi, non è vero?” proseguì rivolgendosi di nuovo a Will.


Di solito” rispose il bambino rilassando appena l’espressione corrucciata.

Sempre” insistette Lena, cercando di infondere coraggio a suo figlio. Sapeva bene che la sua non era mancanza di fiducia in lei, ma i due poveri bambini avevano già vissuto troppe brutte esperienze nella loro breve vita.

Gli ultimi otto anni erano stati talmente pieni di incertezze e di cambiamenti da farle sognare con tutte le sue forze la stabilità e la noia di una vita normale.

Tentò ancora una volta di avviare il motore, ma inutilmente.

Non è la batteria” osservò Will indicando le spie accese.

No” concordò Lena.

Forse il carburatore” suggerì Will.

Il carburatore?”

Nils mi ha spiegato che può dipendere dal carburatore se un’automobile si ferma così, come la nostra.”

Nils era il meccanico che aveva l’officina a due passi dal loro appartamento. Si era sempre occupato della sua auto e Will aveva trascorso molto tempo con lui, registrando ogni sua parola. Spesso Lena si era augurata che Will non ricordasse tutte le parole di Nils, ma aveva cercato di chiudere un occhio, riflettendo che, in fondo, il meccanico era un ragazzo buono e onesto ed era sempre stato molto affettuoso con il suo piccolo Will.

Inoltre gli era grata per averle permesso di risparmiare centinaia e centinaia di dollari per la manutenzione della sua auto durante quei tre lunghi inverni a Chicago.

Purtroppo non aveva fatto in tempo a controllare un’ultima volta che tutto fosse a posto prima della loro partenza.


Lena guardò il suo bambino. Ce l’aveva messa tutta per rendere la loro vita tranquilla e normale, e adesso tutto le stava scivolando tra le dita come sabbia.

Appellandosi mentalmente a tutti i santi del paradiso, provò ancora una volta a girare la chiavetta.

Forse i santi avevano deciso di scioperare, dato che il motore rimase ostinatamente muto.

I suoi bambini avevano già passato una notte in macchina e adesso avevano bisogno di un letto, di un bagno caldo e di cibo. Non aveva senso aspettare su quella strada che qualcuno passasse e li vedesse.

Ripensando a quel bagliore di luce che le era parso di intravedere nell’oscurità, Lena prese una decisione.

Estrasse la chiave dal cruscotto, prese in mano la borsetta e cercando la forza per mettere un po’ di entusiasmo nella propria voce dichiarò: “Ragazzi, questa è un’avventura, e adesso si parte per un’esplorazione”.

Si voltò a slacciare la cintura di Emma e la piccola piagnucolò. “Forza, frugoletto, vedrai che andrà tutto bene” le mormorò sforzandosi di reprimere la paura che cominciava ad avvertire.

I bambini scesero dall’auto e attesero sul ciglio della strada che Lena chiudesse le portiere. Guardando i loro faccini spauriti, Lena rifletté un’ultima volta. Tanto valeva provare, in ogni caso nessuna delle soluzioni che le si prospettavano era l’ideale.

Prendendosi sulle spalle la piccola Emma e stringendo la mano di Will, si avviò. “Forza, si parte.”

Perché non restiamo qui?” gemette il bambino guardandosi intorno. “È troppo buio.”


Lena si fermò e si chinò accanto a lui. Will aveva paura del buio e dormiva sempre con una lucina accesa. “Will, mi è sembrato di vedere una luce da quella parte” gli spiegò indicando la direzione con il dito. “Potrebbe esserci una stazione di servizio o un ristorante. Andremo solo fin là, d’accordo? Forse troveremo aiuto.”

Will annuì con riluttanza. “E se fosse chiuso?” obiettò.

Sono soltanto le nove” sospirò Lena. “Ti prego, Will, cerca di essere coraggioso.”

Il bambino non rispose. Stringendo forte la sua mano si avviò camminando il più possibile vicino alla mamma.

Camminarono per molto tempo nella notte grigia di nebbia, poi all’improvviso quel bagliore ricomparve.

Ho visto la luce” bisbigliò Emma eccitata. “È laggiù.”

Anch’io” confermò Will rilassandosi.

Forse perché era Natale, o forse perché era un’ottimista di natura, Lena non riusciva a spiegarsi quel senso di pace che a poco a poco scendeva su di lei mentre con i bambini si avvicinava a quella luce intermittente.

Guardate! È una stella!” gridò Will indicando la luce che adesso era più vicina.


In mezzo a un boschetto di querce e pini una insegna a forma di stella si accendeva e si spegneva sul tetto di un edificio basso. Cinque automobili erano parcheggiate nello spiazzo antistante e una scritta meno luminosa indicò loro che erano arrivati alla Taverna della Stella.

Quel senso di tranquillità che aveva provato nel momento in cui aveva visto la luce spinse Lena verso la porta scura del locale. Girando la grossa maniglia di metallo freddo, Lena entrò.

La accolse un’atmosfera fumosa e voci sommesse che al suo ingresso tacquero immediatamente.

Da dietro il bancone, Gunnar sollevò la testa. “Che cosa sta...?”

La donna che si era fermata sulla soglia del suo locale dava l’impressione di essere sul punto di crollare a terra stremata. Anche dall’altro capo della stanza riusciva a vedere il tremolio sulle sue labbra. La sua figura minuta e delicata vacillò leggermente mentre sollevava il mento e si guardava intorno spaurita. La luce sopra la porta illuminava i suoi capelli castani bagnati dalla nebbia conferendo loro riflessi rossi e dorati.

Teneva per mano un ragazzino e aveva sulle spalle una bambina i cui occhioni azzurri si fissarono sgomenti in quelli di Gunnar.


I bambini avevano l’aria stanca quanto la donna. Lo sguardo del ragazzino era quello di un bambino costretto a diventare adulto troppo in fretta.

Gunnar, vecchio mio, sembra proprio che sia arrivato l’angelo di Natale alla nostra porta” scherzò il vecchio Joel.

Non mi fai ridere” ribatté Gunnar rivolgendogli un’occhiataccia.


Detestava il Natale. Era sempre stato così, e lo sarebbe sempre stato.

Non volevo farti ridere. Ma è proprio carina. E anche quei due angioletti...”

Non è posto per loro questo. E poi è quasi mezzanotte!”

Sono le dieci e un quarto, figliolo” lo corresse Joel.

In ogni caso gli angeli e gli angioletti dovrebbero già essere a nanna a quest’ora. Non devono andare a scuola domani mattina?” Gunnar prese una spugna e cominciò a pulire il bancone con gesti nervosi. “Mandali via da qui, Joel.”

Accidenti, Gunnar! Ti ha morso un serpente velenoso?” osservò l’altro uomo grattandosi la testa.

Guardando ancora una volta i tre angeli, Gunnar batté con la mano sul banco. “Li voglio fuori di qui.”

Io no” ribatté Joel appoggiando i pugni sui fianchi e sollevando il mento.

Nello specchio davanti a sé Gunnar vide che la donna e i bambini si erano avvicinati a un tavolo accanto alla porta. “Andiamo, Joel, se non lo farai tu, me ne occuperò io.”

Certo. Sono tre individui dall’aria veramente pericolosa, si vede subito.” Joel alzò gli occhi al cielo e lanciò un’occhiata verso il tavolo dove la donna si era seduta con i bambini. “Il ragazzino poi dà l’idea di uno che può ridurti in pezzi il locale con una mano legata dietro la schiena.”

Vuoi che glielo dica io?” replicò Gunnar senza alzare la voce. “Sai che lo farò. Non mi va di averli nel mio bar.”

Joel gli rivolse uno sguardo severo. “È anche il mio bar, Gunnar.”

Vuoi che me ne vada? Bene. Non c’è problema. Basta che pronunci una sola parola e domani sarò già sparito.”

Era parte del loro accordo che Gunnar potesse andarsene in qualsiasi momento lo desiderasse. Ma lo voleva davvero? Scrutando gli occhi azzurri del vecchio amico, Gunnar sentì che quel senso di irritazione che si era impossessato di lui stava già svanendo, senza che sapesse spiegarsi cosa lo aveva scatenato.

Guardò di nuovo nello specchio la donna che si chinava sul bambino mentre i folti capelli scuri e lucenti le ricadevano sul collo accompagnando il movimento della testa.

Lo sguardo intelligente di Joel incontrò il suo nello specchio e Gunnar lo evitò.

Andrò a vedere cosa vogliono” dichiarò l’anziano uomo dopo una lunga pausa. “Non c’è motivo per litigare” osservò posandogli una mano sulla spalla.

Certo” annuì Gunnar.

Afferrando una bottiglia di birra, rimase a osservare nello specchio mentre la donna sorrideva al vecchio Joel.

Joel aveva ragione.

Se mai gli angeli potevano sorridere, il loro doveva essere un sorriso simile a quello, pieno di calore e di luce, un sorriso capace di rischiarare anche la notte più buia.

Gunnar bevette un lungo sorso di birra fresca e continuò a fissare lo specchio.

Il sorriso della donna brillava come una stella lontana e in quel lungo istante Gunnar sentì la propria solitudine gelargli il cuore come il vento del nord.

Dopo un altro sorso cominciò a lavare i bicchieri che riempivano il lavandino. Se Joel non avesse accompagnato quella donna alla porta, lo avrebbe fatto lui stesso.

Ma i suoi occhi andarono ancora allo specchio, per incontrarvi lo sguardo severo del ragazzino. La donna gli aveva posato sul capo una mano delicata mentre rideva ancora per qualcosa che Joel aveva detto. La bambina stava giocando con il bottone che chiudeva lo scollo della camicetta rosa della mamma, aprendolo e chiudendolo. Osservando quel movimento Gunnar avvertì uno strano calore nelle proprie dita.

La donna gli lanciò un’occhiata, le labbra ancora piegate in un sorriso. Gunnar sentì l’acqua calda gocciolargli lungo le braccia. Voleva distogliere gli occhi dalle curve delicate che si intravedevano oltre la camicetta, ma non lo fece.

Notando la direzione del suo sguardo, la donna allontanò la manina della figlia, ma la bambina la risollevò sfiorando il seno della mamma.

Il bicchiere si ruppe tra le mani di Gunnar e schegge di vetro caddero sul pavimento e nel lavandino. Gunnar si strappò una scheggia che gli si era conficcata nel pollice.

Sapeva riconoscere il pericolo quando gli si faceva incontro, e il suo istinto lo stava avvertendo che quella donna gli avrebbe portato solo guai.

Poi Joel tornò al banco e cominciò a cucinare tre hamburger sulla griglia.

Gunnar non fiatò. Gli aveva già esposto la propria opinione. Quanto alla solitudine che quella donna aveva risvegliato dentro di lui, non erano affari di Joel.

Quei tre sono nei guai.” Da quel vecchio curioso che era, Joel si era già informato.

La loro auto si è fermata poco lontano da qui.”

E allora? Non sono affari miei, e nemmeno tuoi.”

Buon Dio! Per fortuna è Natale!” sbottò Joel. “Chi credi che venga a riparare un’auto a quest’ora della notte? Cosa farà quell’angelo con i suoi due bambini?”

Sentiamo, tu cosa credi che faranno?”

Prova a pensarci, testa dura!” ruggì Joel. “Una donna con due bambini in mezzo a una strada nel cuore della notte.” Joel gli rivolse la schiena e infilò gli hamburger nei panini con gesti decisi, poi si schiarì la voce come se volesse parlare, ma ci ripensò.


Gunnar avvertiva il muto rimprovero dell’altro uomo in ogni suo gesto.

Dove andranno a quest’ora della notte? Eh?” Joel sollevò i tre piatti, prese una bottiglia di ketchup e si voltò a guardarlo. “Porta due bicchieri di latte e una coca cola.”

Stai esagerando, vecchio mio” borbottò Gunnar aprendo il frigorifero.

Chiudi il becco e cerca di comportarti da essere umano per una volta, anziché da orso” ribatté Joel avviandosi verso il tavolo.

Seguendolo, Gunnar posò i tre bicchieri davanti alla donna e ai bambini, pronto a ritirarsi immediatamente dietro il banco.

Ma Joel lo bloccò afferrandolo per la camicia. “Questo è il mio socio, Gunnar Jackson. Gunnar, questa è Lena Nielsen e i suoi bambini Will e Emma.”

Gunnar incrociò le braccia sul petto e annuì guardando i volti seri dei due bambini. Poi con evidente riluttanza sollevò gli occhi a incontrare quelli di Lena Nielsen.

Il cuore prese immediatamente a martellargli nel petto. Quella donna gli avrebbe portato soltanto guai. Dietro quei profondi occhi azzurri la sua vulnerabilità era evidente. Sul quel volto delicato si intravedeva la stanchezza, la preoccupazione.


Molto piacere, signor Jackson.” Lena Nielsen allungò la mano verso di lui. “Il signor Thibideaux mi ha detto che lei può aiutarci.”

Ah, sì?” Gunnar rivolse un’occhiata in tralice a Joel e ignorò la mano tesa della donna.

Il bagliore di speranza che aveva illuminato i suoi occhi svanì mentre Lena Nielsen fissava la propria mano prima di lasciarsela cadere in grembo.

Forse si è sbagliato?” domandò aggrottando la fronte, la voce ancora controllata e gentile.

Esatto, si è sbagliato. Io non sono in grado di aiutarvi.”

Capisco. Sul serio, la capisco.” Lena Nielsen sollevò lo sguardo dal suo hamburger e gli sorrise.

In fondo a quegli occhi tristi Gunnar vide la speranza vacillare come la fiammella di una candela, e poi spegnersi.

Eppure non aggiunse altro, neppure quando Joel gli allungò un calcio sotto il tavolo.

Lena Nielsen staccò con le dita un pezzetto del suo panino. “Be’, grazie lo stesso. Forza, ragazzi, mangiate” incoraggiò i bambini avvicinando i piatti al bordo del tavolo. “Questi hamburger sono davvero favolosi.”

Poi lo guardò un’ultima volta.

L’ultimo bagliore di speranza era scomparso definitivamente dal suo sguardo e Gunnar pensò per un istante che ora quell’angolo del locale sembrava di nuovo più freddo e buio.


2

Mentre fissava i gelidi occhi color nocciola di Gunnar Jackson, Lena rifletté che avrebbe preferito camminare sui carboni ardenti, piuttosto che chiedere l’aiuto di quell’uomo.

Prima aveva colto il suo sguardo fisso su di lei nello specchio. Dietro l’ostilità di quegli occhi scuri, c’era un desiderio aspro e intenso, un profondo senso di solitudine. Per qualche ragione, la sua natura femminile aveva risposto a quello sguardo e Lena si era sentita avvampare.

Vai al diavolo, Gunnar” ruggì Joel.

Lasciami in pace, ti avevo avvertito.”

Accidenti, testa bacata, le avevo promesso che l’avresti aiutata.”

Non avresti dovuto fare promesse che non potevi mantenere.”

Lena si passò una mano sulla fronte, cercando di mettere ordine tra i propri pensieri.

Questa volta hai esagerato, Gunnar...” la voce dell’anziano uomo si affievolì fino a incontrare il silenzio.

Quella parte della mente di Lena che riusciva ancora a funzionare nonostante tutto sentì le parole piene di rabbia di Joel Thibideaux. Staccò un pezzetto di panino e lo ingoiò, ma il pane le si fermò in gola.


Non doveva piangere, non di fronte a Will e Emma. Avevano riposto in lei la loro fiducia, una fiducia che sarebbe scivolata via con le sue lacrime. Non poteva far loro questo.

Il silenzio fu lungo, ma infine Joel riprese a parlare con voce stanca, in cui la rabbia lasciava il posto alla rassegnazione. “Non credo che riuscirò a perdonartelo, Gunnar.”

Lena sentiva le loro voci come se provenissero dalla fine di un tunnel. L’uomo più giovane si muoveva con gesti nervosi. Quando si era avvicinato al tavolo Lena aveva notato la sua camminata sicura e i capelli castani corti pettinati all’indietro in un taglio molto severo e maschile.

Guardandolo, Lena aveva sentito la tensione sciogliersi dentro di sé per la prima volta da quando era uscita dalla casa di cura. Quelle spalle larghe e quelle braccia muscolose le avevano trasmesso un inspiegabile senso di sicurezza e stabilità. Lei gli aveva sorriso come si gioisce alla vista del sole che arriva dopo una lunga e fredda notte.

Poi aveva osservato le sue scarpe lucide ed eleganti. Scarpe del genere erano fuori posto in un locale come quello, come lo erano i pantaloni dal taglio perfetto e la camicia bianca. Insomma, Gunnar Jackson dava l’idea di essere completamente fuori posto in quel luogo.

Soffermandosi sulla bocca serrata e sui lineamenti tesi, Lena aveva avuto l’impressione che quell’uomo sarebbe sembrato fuori posto ovunque, un uomo senza radici, senza legami, senza storia.

Proprio come lei in quel momento.

I due uomini stavano discutendo in uno strano modo, rifletté Lena. Uno parlava con voce infuriata, l’altro rispondeva con un silenzio irritante.

Avrebbe dovuto immaginarselo. Ormai aveva imparato la lezione, ma per qualche istante, mentre ascoltava Joel Thibideaux, si era dimenticata di tutto ciò che aveva appreso a proprie spese. Per un attimo quel vecchio gentile e il suo giovane socio erano diventati, nella sua immaginazione, mitici cavalieri che avrebbero salvato la fanciulla in pericolo di vita.

Ma poi si era ricordata con amarezza che le favole si raccontano ai bambini e che l’unico cavaliere su cui poteva contare era se stessa.


E anche se, qualche volta, l’armatura si faceva troppo pesante e insopportabile, doveva pur sempre lottare per proteggere i suoi figli.

Non mi piace che la gente faccia promesse per me” dichiarò Gunnar incrociando le braccia sul petto. “Non cercare di relegarmi in un angolo, perché con me non funziona.”

A me pare che tu ti stia relegando in un angolo con le tue stesse mani, senza che nessuno faccia niente” replicò Joel scrollando le spalle.

Lena sapeva che le restava soltanto una cosa da fare. Sarebbero ritornati alla macchina. Joel le aveva spiegato che la stazione di servizio più vicina era a trenta miglia di distanza e che dopo le nove era chiusa. Lo avrebbe pregato di fare una telefonata chiedendo di mandare un carro attrezzi per l’automobile la mattina seguente.

Sarebbe stata una lunga notte, ma l’indomani, con il sole, tutto avrebbe avuto un altro aspetto. Adesso era solo molto stanca.

Quanto le devo, signor Thibideaux?” chiese estraendo il portafoglio dalla borsetta.

I due uomini la guardarono sorpresi per un lungo istante. “Quanto ci deve, Gunnar?” domandò infine Joel in tono brusco. “Guarda che i bicchieri di latte erano grandi, non piccoli, e non dimenticare di conteggiare le salviette, mi raccomando” aggiunse sarcastico.

In quel momento Lena desiderò soltanto di andarsene prima possibile da quel posto. Non aveva mai chiesto la carità, e non l’avrebbe mai fatto. Non voleva che Gunnar Jackson si rendesse conto di quanto grande era la sua disperazione e sorrise a Joel Thibideaux. “Le sarei grata se potesse chiamare per me il carro attrezzi, domani mattina. Questo è il denaro per la telefonata.”

Poi prese Emma tra le braccia, si avviò alla porta e uscì dalla Taverna della Stella.

Respirò a fondo l’aria fresca della notte, mentre le lacrime le bruciavano gli occhi e le offuscavano la vista, poi si avviò prendendo per mano Will.

Camilla!” gridò Emma all’improvviso in tono disperato.

Oh, cielo, ce la siamo dimenticata!” mormorò Lena.

Camilla era la bambola di pezza senza la quale Emma non andava mai da nessuna parte.

Ma non possiamo tornare là dentro” cercò di spiegarle Lena. Non poteva rientrare in quel locale e guardare in faccia Gunnar Jackson ancora una volta.

La mia Camilla” ripeté Emma disperata.

Oh, Emma, tesoro, non posso andare a riprenderla” mormorò Lena.

Camilla piange” la vocina di Emma tremò. “Per piacere, mamma” il visino della piccola si rigò di lacrime.


All’interno della Taverna della Stella Gunnar fissava la porta che si era appena chiusa. Gli sembrava ancora di vedere Emma con la testolina piegata sulla spalla della mamma e il sorriso forzato di Lena Nielsen, un sorriso che era sulle labbra, ma non negli occhi.

Ma a colpirlo era stato soprattutto lo sguardo di disapprovazione che aveva visto negli occhi del bambino. In fondo comunque, non gliene importava niente, si disse.

Eppure continuava a fissare quella porta, quasi aspettandosi che Lena e i suoi bambini ritornassero da un momento all’altro.

Joel si tolse il grembiule e lo posò sul banco. “Non ti capisco. Giuro che non ti capisco. Credevo di sì, e invece... Ero convinto che fossimo amici” dichiarò guardando Gunnar negli occhi.

Sai che siamo amici.”

Ah, sì? Un amico dovrebbe essere una persona su cui si può fare affidamento. Il tuo comportamento di questa sera mi ha proprio deluso. Ti credevo migliore, figliolo.”

Le parole di Joel lo colpirono come lo sguardo di accusa del figlio di Lena, ma Gunnar scrollò le spalle. Non c’era nulla che potesse dire per scusarsi del suo comportamento. Non poteva spiegarne il motivo a Joel perché non lo capiva lui stesso.

Prenderò il camioncino e darò loro un passaggio fino ad Azalea Park. Non so quando sarò di ritorno. Potrei decidere di fermarmi là per Natale. Non so se mi va di passare le feste con un orso scontroso.”

Non puoi guidare di notte. Non vedi a mezzo metro da te. Ti conosco da quattro anni e non ti ho mai visto guidare la notte.”

Be’, allora guiderà quell’angelo, ma non lascerò che camminino per strada a quest’ora della notte.” Joel si era infilato la giacca e non riusciva a chiudere la cerniera lampo. “Dannazione” imprecò tossendo.


La tosse dell’anziano uomo suonò come un’accusa nelle orecchie di Gunnar. Scostando con gentilezza le mani rugose dell’amico, Gunnar lo aiutò a chiudere la giacca. “Va bene, hai vinto. Sono un orso scontroso. Ma non

ho mai preteso di non esserlo, vecchio mio. E lo sai.” Si allontanò lasciando che Joel terminasse da solo di chiudere la cerniera. “Vado a prendere il camioncino.”

Sei sicuro?”

No, accidenti.” Gunnar scrollò le spalle. “L’unica cosa di cui sono sicuro è che sono il più grande idiota di questo Stato dal momento che mi sono lasciato convincere da te.”

Quando aprì la porta del bar e vide le tre figure accanto al grande pino, Gunnar seppe che stava commettendo il più grosso errore della sua vita a immischiarsi con Lena Nielsen e i suoi bambini.

Mamma.” Will tirò la gonna della madre.

Cosa c’è, piccolo mio?” la sua voce sembrava calma, ma le lacrime soffocate la rendevano leggermente tremula. Anche nella nebbia quella donna sembrava irradiare una luce propria.

Quando Will indicò nella sua direzione, Gunnar annuì con riluttanza. “Posso darvi un passaggio fino all’automobile. Così potrete prendere le valigie e poi vi porterò nella città più vicina.”

Quando le labbra di lei si serrarono, Gunnar capì che avrebbe voluto sbattergli in faccia la sua offerta di aiuto. E lui stesso avrebbe voluto che lo facesse.

Ma non parlò, mentre lo guardava come se fosse stato un insetto fastidioso da scacciare.

Gunnar tentò di ignorare la vocina che lo avvertiva che non avrebbe trovato niente di aperto a quell’ora ad Azalea Park. Era quasi mezzanotte.


Dannazione, aveva saputo fin dal primo istante che Lena Nielsen gli avrebbe causato soltanto guai. Aveva sperato di poterne stare alla larga, ma certe cose erano inevitabili, al pari delle tasse e della morte. Lena Nielsen sembrava proprio una di quelle cose.

Emma sgranò gli occhi azzurri. “Camilla! Eccola!” La bambina si protese verso di lui con le bracane spalancate.

Ho pensato che fosse vostra” osservò Gunnar porgendo la bambola di pezza alla bambina.

Emma strinse forte la bambolina sgualcita e Lena l’avvicinò di più a sé. “Grazie” mormorò.

Lo vuole il passaggio?” chiese Gunnar.

Sì, grazie.” Gunnar avvertì la nota di sollievo nella voce di lei, anche se sapeva bene che era solo per via dei suoi bambini se accettava qualcosa da lui. “Lei è molto gentile.”

Gentile?” Gunnar scoppiò in una risata amara. Non poteva farne a meno. “Non ci conti.”

Certo.” Lena Nielsen non rise. “È molto tempo che non conto più su niente.”

Brava. Si risparmia un bel po’ di delusioni.”

A volte.” Gli angoli della sua bocca si sollevarono e anche gli occhi si illuminarono. “Grazie, signor Jackson. So che lei preferirebbe stare alla larga da me e dai miei problemi, ma le sono grata.”

Gunnar si schiarì la voce per dire qualcosa, ma era chiaro che quella donna aveva sentito la conversazione tra lui e Joel e sapeva di dover ringraziare soltanto l’altro uomo, se lui adesso si trovava là. Estrasse le chiavi dalla tasca e fece loro cenno di seguirlo verso il camioncino blu parcheggiato di fianco al bar.

Emma era aggrappata al collo della madre mentre Lena tentava di salire a bordo del camioncino. “Mi scusi” mormorò Gunnar afferrandola per la vita e sollevandola dentro la cabina.

Aveva una vita tanto sottile che le mani gli scivolarono verso l’alto. Oltre la camicetta di cotone leggero Gunnar sentì le costole delicate e il calore di quel corpo femminile.

Allontanò subito le mani senza guardarla. Poi sollevò Will, chiuse la portiera e si diresse al posto di guida mentre sentiva ancora le mani ardergli dolorosamente.


Accidenti a Joel. Girando la chiavetta d’accensione borbottò: “Allacciatevi le cinture”.

Certo. Forza, ragazzi.” Lena aiutò Will a sistemarsi e poi passò la cintura intorno a Emma che le sedeva in grembo. “Siamo tutti a posto” dichiarò. “Sa dov’è l’auto?”

Non sarà difficile vederla lungo la strada, no?” Era una situazione impossibile. Non capiva cosa gli stava succedendo, avrebbe soltanto voluto essere nel bar, con Lena Nielsen molto distante da lui, e invece gli sedeva accanto, tanto vicina che a ogni respiro si sentiva inebriare dal suo profumo.

Ma forse anche lei era turbata dalla sua vicinanza? Lena Nielsen era troppo attenta a mantenere quel piccolo spazio che li separava e neppure il suo silenzio era casuale, o il modo in cui lo escludeva quando si voltava verso i bambini.

Davanti agli occhi di Gunnar balenò l’immagine di Lena che camminava lungo la strada deserta insieme ai suoi figli, con Emma tra le braccia e Will accanto a lei, in mezzo alla nebbia.

Avrebbero avuto paura.

Dannazione!” borbottò tra sé battendo il palmo della mano sul volante.

Lena sussultò. “Cosa succede?”

Niente, mi scusi.” Mentre rispondeva s’azzardò a guardarla.

Emma si era addormentata e Lena stessa non riusciva più a tenere gli occhi aperti. Forse sarebbe riuscito a mettere in moto la sua auto e poi li avrebbe accompagnati fino ad Azalea Park. Annuendo tra sé, Gunnar si rilassò. In città ci sarebbe stato un posto dove avrebbero potuto dormire.

In un modo o nell’altro l’avrebbe trovato, a costo di svegliare l’intera città.

Accostò il camioncino al bordo della strada e si fermò, proprio dietro l’auto di Lena. Se erano fortunati, sarebbe stato sufficiente ricaricare la batteria.

I bambini stavano dormendo. “Proverò ad agganciare i cavi elettrici alla batteria” le bisbigliò per non svegliarli. “È il problema più ovvio. Oppure il serbatoio potrebbe essere vuoto.”

Le sopracciglia di Lena s’inarcarono esprimendo tutta la sua perplessità in proposito.

Quando le farò cenno proverà ad accendere il motore, d’accordo?” proseguì Gunnar.

Lei annuì e delicatamente fece scivolare Emma sul sedile, dove la bambina si raggomitolò con un gemito assonnato, i pugnetti chiusi intorno ai pollici.

In quel momento Will si svegliò di colpo e si drizzò chiedendo: “Riparerà la nostra auto?”.

Gunnar annuì. “Proverò a caricare la batteria.”

Con un movimento quasi impercettibile del capo Will espresse il proprio scetticismo. Era chiaro che quel bambino non aveva molta simpatia per lui.

Ma cosa gli importava? “Puoi passarmi i cavi che sono sotto il tuo sedile?” chiese Gunnar.

D’accordo, ma secondo me non si tratta della batteria.”

Will!” lo ammonì Lena.

Nils sostiene che quando un’auto si ferma come è successo con la nostra, si tratta del carburatore” dichiarò il bambino sollevando il mento.

E Nils se ne intende di automobili. Soprattutto della nostra” concluse

guardando Gunnar con espressione corrucciata. “Lei invece no.”

Finiscila, William.”

Ma è la verità. Nils conosce bene la nostra auto.”

Il signor Jackson sta cercando di aiutarci. Scusati subito con lui.” Il tono di Lena Nielsen era controllato ma severo.

Gunnar attese divertito mentre il bambino abbassava il capo e quindi lo rialzava. “Mi scusi, non volevo essere maleducato.”

Molto diplomatico, pensò Gunnar reprimendo un sorriso. Will si era scusato senza però ammettere che lui potesse saperne quanto il suo Nils.

D’accordo” dichiarò tendendogli la mano, “scuse accettate.”

Poi, chiudendo la portiera si avviò verso l’auto insieme a Lena. Nonostante tutto, doveva ammettere che apprezzava il modo in cui Lena evitava di scusarsi per il comportamento del figlio. Will se l’era sbrigata da solo, Gunnar aveva accettato di buon grado le scuse del bambino e la questione era ormai chiusa.


Gunnar accese la torcia che aveva preso con sé e, sotto il potente fascio di luce bianca, Lena Nielsen con la sua camicetta rosa e i capelli lucenti sembrò una statuina di porcellana, levigata e fragile.

Gunnar distolse immediatamente la luce. Lena Nielsen lo stava privando del suo autocontrollo.

L’avrebbe accompagnata in città e quel tormento sarebbe finalmente finito.

Quando, sollevando il cofano, vide la batteria quasi nuova, Gunnar sospirò scoraggiato. Tuttavia, senza alcuna reale speranza, collegò i cavi e fece cenno a Lena di provare ad avviare il motore.

Niente. Il motore non dava segni di vita.

Dopo aver controllato la presenza di eventuali altri piccoli guasti, Gunnar dovette rinunciare all’idea di poter riparare l’auto di Lena.

Will non si era poi sbagliato a riporre la sua completa fiducia in Nils.

Quando si sollevò e chiuse il cofano, il bambino era accanto a lui.

Forse Nils aveva ragione” osservò con aria triste. “Sarà il carburatore.”

Gunnar annuì. “Potrebbe essere.”

Speravo che lei riuscisse a ripararla” dichiarò il bambino con la vocina tremante. “Cosa faremo adesso?”

Gunnar sospirò. Bella domanda. Purtroppo lui aveva già immaginato la risposta, anche se aveva sperato che non finisse in quel modo. “Be’, non potete certo restare qui.”

L’involontario sospiro di sollievo del bambino colpì Gunnar più di quanto avrebbe desiderato. “Forse no” concordò Will guardando la campagna immersa nell’oscurità intorno a sé. “Potrebbero venire degli animali selvatici.”

No, non devi preoccuparti degli animali.” A meno che non appartenessero alla razza umana, si corresse Gunnar mentalmente. Alzando gli occhi si trovò di fronte lo sguardo altrettanto triste e pallido di Lena.

Grazie al cielo Emma stava dormendo. Non sarebbe riuscito a sopportare la vista di tre persone che lo guardavano come se fosse stato la loro ultima speranza.

Non aveva mai voluto essere una speranza per nessuno, figurarsi

l’ultima!

Prenda le valigie o quello di cui avrà bisogno per stanotte, vi porterò ad Azalea Park.”

Va bene. Grazie. È molto gentile da parte sua.”

Lena aprì il bagagliaio con un gesto automatico, distrutta dalla stanchezza. Mentre l’aiutava a sollevare le valigie, Gunnar vide le scatole di cartone chiuse col nastro adesivo, muti ed eloquenti testimoni delle difficoltà che la famigliola si trovava a dover affrontare.

In quel momento capì che il destino aveva deciso di mettersi contro di lui.

Sollevò Will a bordo e prese posto al volante mentre Lena saliva a sua volta e spostava la piccola Emma con delicatezza. Mentre proseguivano verso sud, Lena appoggiò la guancia contro la testolina della figlia, le braccia strette intorno a Will. Se piangeva, Gunnar non voleva vederla. Il profumo dei suoi capelli umidi di nebbia era già un tormento sufficiente per lui.

Avvicinandosi al bar, dovette combattere l’impulso di svoltare e andare a casa. Il bar era chiuso e il parcheggio era vuoto. Al piano di sopra una luce si spense proprio mentre passavano.

Will guardava fuori dal finestrino e rimase a fissare la stella che si accendeva e si spegneva finché non se la lasciarono alle spalle.

La luce intermittente apparve e scomparve a lungo nello specchietto retrovisore di Gunnar. Poi, sparì definitivamente e nell’oscurità soltanto i suoi occhi cupi rimasero a fissarlo dallo specchietto.


3

Lena si svegliò di colpo.

Il camioncino aveva improvvisamente svoltato a sinistra.

Guardò fuori dal finestrino aspettandosi di vedere la città, ma vide soltanto un denso muro di nebbia. “Mamma...” Emma infilò la testolina nella piega del suo braccio.

Cosa c’è, tesoro?” Lena sbadigliò. Le sembrava di essere rimasta abbracciata a Emma per ore, con la presenza cupa di Gunnar Jackson al suo fianco.

Dove siamo, mamma?”

Signor Jackson?” Lena si voltò a guardare il suo profilo severo. “Dove siamo?”

Stiamo ritornando al bar.”

Stiamo ritornando? Non capisco.”

La sua risata amara le mandò un brivido freddo lungo la schiena. “Allora siamo in due, dannazione, perché non capisco neanch’io, Lena Nielsen.”

Era la prima volta che usava il suo nome, ma era chiaro dalla sua espressione che era seccato con se stesso per essersi lasciato sfuggire quel tono troppo personale.

Non stiamo andando ad Azalea Park?”

Vi sto portando da me.”

Ma lei non può! Devo trovare un posto dove dormire stanotte e qualcuno che mi ripari l’auto domani mattina.” Lena fu colta dal panico. Vedeva già i titoli sulle pagine di cronaca nera dei giornali. “Mi faccia scendere! Subito!”


Ma Gunnar Jackson non era un bambino di sette anni abituato a obbedire ai suoi ordini. Il camioncino continuava a procedere alla stessa velocità.

Si fermi, per piacere. Ci lasci scendere.”

Perché? Ha forse voglia di fare l’autostop a quest’ora?”

Sta spaventando i bambini” mormorò Lena. “E anche me.”

Questa volta il camioncino rallentò. “Mi scusi.” Gunnar le lanciò un’occhiata cupa. “Non ho riflettuto, ma non era il caso che lei si allarmasse.”

Non ci giurerei” replicò Lena.

Ah, no?” lui la studiò per un breve istante.

Lena non ricordava nessun altro che l’avesse guardata con una tale intensità. Poi Gunnar ritornò a fissare la strada.


Allontanando i capelli dal volto di Emma, Lena rifletté. Probabilmente non era davvero il caso di spaventarsi. Per prima cosa, ripensando allo scambio di battute tra Gunnar e il suo socio, sapeva di potersi fidare di lui anche se i suoi modi erano bruschi e ostili. Inoltre aveva riportato a Emma la sua bambola. Secondo, per qualche motivo, mentre lei dormiva, Gunnar Jackson aveva cambiato idea e terzo, non era particolarmente felice di aver preso quella decisione.

E cosa succederà quando saremo di ritorno al bar?” gli chiese posando una mano delicata sulla gamba di Will che oscillava nervosamente.

Non so.” Gunnar tamburellò con le dita sul volante. “Ma a quest’ora ad Azalea Park è tutto chiuso” proseguì dopo una pausa. “Joel aveva ragione. Vi sareste trovati in difficoltà. Non so perché non ci ho riflettuto.”

Lena non cercò neppure di trattenere la risata. “Mi è sembrato molto chiaro, signor Jackson. Voleva restare alla larga dai miei problemi.”

Già.” Il nervoso tamburellare delle dita sul volante cessò. “Mi sono comportato male con voi. Joel mi ha già detto il suo parere in proposito.”

Lena era incuriosita. Era una ritirata totale. Per qualche motivo aveva cambiato idea su tutto e aveva deciso di aiutarla.

Forse pensava di lasciarli dormire sul camioncino, rifletté mentre Gunnar Jackson parcheggiava e poi scendeva con gesti agili, i muscoli che si muovevano scattanti, con un’armonia che Lena gli invidiò scendendo a sua volta a fatica e voltandosi a prendere Emma.


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